Perchè dire NO al trasferimento della Università Statale

Il trasferimento della Statale da Città Studi nelle aree di Expo, insieme agli scali ferroviari,
rappresenta uno dei temi principali intorno a cui ruota il futuro assetto urbanistico di Milano.
Il dibattito che si è sviluppato sin dai primi annunci ha portato alla costituzione di numerosi comitati
cittadini schierati contro questo progetto e ai quali va affiancata la posizione altrettanto contraria del
M5S espressa in più manifestazioni, per i motivi di seguito riportati:

  • Il progetto nasce per dare un futuro alle aree di EXPO e non come esigenza di maggiori spazi della
    Statale; se fossero state vendute come dimostrano le due aste effettuate nel 2015 ed andate deserte,
    oggi il piano di ristrutturazione dell’Università andrebbe avanti e il problema non si porrebbe. Va detto
    inoltre che nel 2011 la città si era già espressa per il dopo EXPO attraverso un referendum con cui il
    95,51% dei cittadini aveva manifestato l’interesse alla creazione di un parco agro‐alimentare.
    Referendum del tutto disatteso visti gli attuali sviluppi. A cosa serve lo strumento referendario se poi
    non è minimamente preso in considerazione?
  • Dal confronto con altri paesi occidentali a cui spesso facciamo riferimento per similitudine emerge che
    le università storiche permangono nei luoghi in cui nascono e al più espandono altrove per far fronte
    alla crescita della domanda formativa. Senza andate lontano, a Milano è possibile trovare esempi
    altrettanto virtuosi come quello della Bocconi, che con la riconversione dell’adiacente Centrale del latte
    in School of Management sta realizzando un Campus per il quale è richiesta la modifica della viabilità
    circostante. Altro caso è la Cattolica che con l’acquisto dell’attigua Caserma Garibaldi realizzerà un
    Centro di formazione.
  • Il trasferimento della Statale è anche in contrasto con le promesse fatte dal sindaco Giuseppe Sala in
    campagna elettorale che parlando delle periferie e della città in genere dichiarava: ” dobbiamo
    riscoprire le nostre identità locali, rafforzare le nostre comunità e rendere sempre più visibile i nostri
    quartieri. Tutta la città deve essere messa nelle condizioni di fiorire e valorizzare i suoi spazi pubblici e la
    sua storia. Servono basi solide e quartieri accoglienti per fare di Milano una città inter‐culturale”. Non
    sarà svuotando i quartieri e tanto meno abbattendo gli edifici storici che si da seguito ai propositi
    dichiarati.
  • Alquanto singolari sono anche i risultati dello studio della Boston Consulting a giustificazione del
    trasferimento, da cui si evince una netta contrazione delle superfici, dagli attuali 250.000 m2 ad appena
    150.000 m2 ovvero una superficie specifica/studente di 7‐8 m2 contro gli attuali 12m2; in Università
    diverse da quelle prese a campione dalla Boston Consulting i valori sono decisamente maggiori. Perché
    quindi andare in periferia a 17km dal centro di Milano ed essere anche costretti in un area più piccola
    quando è possibile disporre di più spazio e continuare a vivere in un contesto ben servito e a poco più
    di 3km dal centro?
    Se poi si vuol parlare di polo scientifico quale migliore combinazione di quella attuale in cui convivono a
    pochi passi tra di loro le facoltà scientifiche della Statale e il Politecnico?
  • La stima dei costi del trasferimento (350‐380mln€) genera non poche perplessità; innanzitutto si tratta
    di valori estremamente budgettari per la mancanza di un studio di fattibilità in cui far confluire tutte le
    variabili del progetto e non solo la costruzione dei nuovi edifici; il tema dei trasporti, tariffa extraurbana,
    collegamenti etc.., non è stato analizzato a fondo come evidenziato da esperti della materia; la
    presenza in zona Fiera‐Milano di una stazione della MM, non è sufficiente perché lontana dalle aree dei
    nuovi edifici; manca anche la valutazione delle cosiddette opere transitorie; la costruzione del Campus
    richiederà circa 4‐5 anni nel migliore dei casi, durante i quali l’Università dovrà continuare a funzionare
    nell’attuale sede che a detta del rettore Vago necessita di interventi di messa in sicurezza; il solo
    edificio del Dipartimento di Chimica richiede un investimento di circa 40mln€ per la messa a norma dei
    locali; in che voce di costo figurano questi interventi se il valore dichiarato per il trasferimento riguarda
    soltanto le nuove costruzioni? Non corriamo il rischio di cominciare un’opera e poi scoprire che la
    disponibilità finanziaria è insufficiente? Non sarebbe né la prima né l’ultima volta che un fatto del
    genere si verifica in Italia. Le conseguenze sul bilancio dell’università sarebbero catastrofiche.
    L’aumento dei costi per il trasferimento di Veterinaria a Lodi dovrebbe far riflettere
  • Un così stravolgente progetto, prima di essere deciso, andrebbe messo a confronto con uno o più
    progetti alternativi come la ristrutturazione in loco o l’utilizzo di aree abbandonate limitrofe; quando
    ancora non si parlava di trasferimento, l’Università aveva già cominciato a progettare la ristrutturazione
    senza dover interrompere il normale funzionamento attraverso il concetto della rotazione ovvero
    trasferire un dipartimento in edifici già dismessi in attesa della realizzazione di quello definito; il
    vantaggio di tale metodologia porterebbe a mantenere inalterato l’assetto del quartiere e a
    risparmiare i costi per le opere transitorie che, viceversa in caso di trasferimento non verrebbero mai
    recuperati. Nel caso di utilizzo delle aree abbandonate già presenti nel Municipio si avrebbe anche il
    vantaggio di eliminare il degrado che essi causano.
  • Contestualmente al nascere delle discussioni sul trasferimento (2015) si sarebbe dovuto affrontato il
    problema del dopo Università; l’abbandono di un’area di 250.000m2 a cui si potrebbero aggiungere
    anche i 100.000m2 degli istituti ospedalieri destinati a Sesto San Giovanni, senza un’alternativa
    altrettanto valida porterebbe il quartiere in uno stato di degrado che non ha pari nella storia di questa
    città salvo riferirsi all’abbandono delle strutture industriali la cui disastrosa condizione è ancora oggi
    sotto gli occhi di tutti. Ma Le fabbriche, perché inquinanti vanno allontanate dai centri urbani mentre
    le Università andrebbero mantenute perché valorizzano le comunità in quanto centri di aggregazione
    socio‐culturali.
    Notizia di alcune settimane fa, al prof. Balducci ex‐Assessore all’urbanistica della precedente giunta
    Pisapia è stato affidato l’incarico di valutare le soluzioni di riutilizzo delle aree dismesse; premesso che
    l’incarico giunge tardivo in quanto l’iter per il Masterplan è in corso e l’assegnazione dell’incarico è
    previsto per fine 2017, risulta alquanto strano per non dire imbarazzante che a studiare queste
    problematiche sia proprio un assessore che ha caldeggiato il trasferimento ad EXPO, vedi incontri
    dell’Ottobre del 2015. Senza nulla eccepire sulle capacità tecniche del professionista ci si pone la
    domanda se non siamo in presenza di un conflitto di interessi di natura ideologica.

Alle ragioni di cui sopra vanno aggiunti lo stravolgimento dell’economia dell’area già in crisi per altre
cause, i dubbi sulla valorizzazione economica degli edifici dismessi e il pericolo di perdere quelli storici
nel caso il vincolo monumentale venisse eliminato per favorire una più libera speculazione edilizia di cui
certamente la Città non ha bisogno.